Io sono quella che non ama gli occhiali da sole, che d’estate si veste un po’ pesante ed esce a fare la spesa, giusto il pane e il latte, che si tiene addosso il sudore del sole che appicca i vestiti, i capelli, la schiena alla sedia. Cammina con gli occhiali da sole con la testa e quello che le esce dalla pelle non è solo sudore.
Che io mi fermi qui, per un’occhiata alla natura anch’io:
di un cielo sgombro e del mare al mattino
il blu brillante con la gialla riva; tutto
bello, e tutto in piena luce.
Che io mi fermi qui. E mi illuda di aver visto
(certo che ho visto, in quell’attimo di sosta);
non vittima anche qui dei miei abbagli
dei miei ricordi dei miei fantasmi di lussuria.
e non migliorerai se ti ostini ad attendere." - D. Silvestri
E ho pensato che non ti ho mai chiesto di uscire a pranzo perché ho sempre voluto che me lo chiedessi tu. Ma tu non l’hai mai fatto. Ho sempre voluto illudermi che tu fossi quella persona che cerco, quella che mi vede e mi guarda, quella con cui non servono parole per spiegarsi. Invece, era proprio il contrario. C’erano troppe parole tra di noi, sempre, tu parlavi ed io tacevo, quasi sempre, e non capivo la metà delle cose che mi dicevi. Ma il problema non è mai stato questo, in realtà. No. Il problema è che non mi è mai interessato veramente capirle, le tue parole. Volevo che tu fossi diverso, che tu capissi le mie, di parole, ma che soprattutto capissi i miei silenzi. Tu, invece, li volevi riempire, li riempivi di altre persone, persone che non sono io, così io restavo a guardarti andare via, senza avere il coraggio di chiamarti, di dirti di tornare, perché eri tu a doverlo capire, non ero io a dovertelo urlare, eri tu a dovermi guardare negli occhi e capire. E’ vero che l’amore è una cosa semplice, non perché lo dice Tiziano. E’ anche banale, sicuramente, e un po’ cinico, ma non voglio accontentarmi, ancora. Non voglio adattarmi a qualcuno, non voglio aspettare di capire, e intanto tacere e ascoltare. Non voglio dover fare domande, non voglio spiegarmi. Non voglio smussare i miei angoli o riempire i miei silenzi. Così quando ti ho visto con lei mi sono sentita felice, davvero, ti avrei abbracciato; non perché lei sia più brutta di me, o cose così. Credo di aver capito. Non la invidio: non invidio il fatto che ti capisca quando parli, che condivida i tuoi interessi. Sono uscita nella strada assolata e mi sono sentita libera come non mi succedeva da tanto. Libera e sola, però non fa male, ora no.
Sarà che invecchio e divento paranoica.
O sarà che le persone intorno a me invecchiano e per transività lo faccio anch’io solamente che non me ne accorgo e la cosa mi terrorizza.
Sarà che il saggio di quinta elementare E. mi ha messo davanti alla cruda realtà che il tempo passa, cazzo. E allora non ho potuto non pensare alla mia quinta elementare, com’era diversa, i giorni dopo la fine della scuola passati sul tavolo in sala, davanti alla porta-finestra, a cercare un po’ di refrigerio mentre studiavo per il primo esame della mia vita. Credo che mi abbia preso il panico. Devo aver pianto, a un certo punto, ma nel buio del teatro non mi ha notato nessuno.
Sarà che compio ventun’anni a settembre e mi sembra di aver sprecato il tempo. Mi sembra di non cambiare mai, di non riuscire a cambiare.
Sarà che mi sembra di aspettare qualcosa che non arriva mai.